La rivoluzione della fisica quantistica -

25 aprile 2012

Bert Hellinger ha sempre evitato di voler spiegare scientificamente (razionalmente) perché le Rappresentazioni delle Costellazioni Familiari funzionano; da quanto ho compreso dai suoi scritti, egli sostiene che ciò che viene chiamato”campo” o “campo morfogenetico” da altri ricercatori, possa perdere forza ed efficacia se oggetto di indagine approfondita al punto da limitarlo nei ristretti confini del concetto. Questo è anche motivo per cui Hellinger preferisce chiamarlo semplicemente “anima“, lasciando a questa parola tutto il mistero che le compete. Inoltre la stessa parola “anima” risuona agevolmente nell’inconscio collettivo dei partecipanti a un gruppo di Rappresentazioni.

La fisica quantistica, d’altra parte, pur nei limiti della nostra comprensione della stessa, stimola a considerazioni e analogie che ci aprono a nuove prospettive, dove infine l’Amore, come Energia Creativa Universale, è sempre autore e attore indiscusso.

Riporto qui un paio di pagine tratte da uno dei moltissimi libri scritti da Hellinger e che a questo riguardo ho trovato molto interessanti.
Buona lettura!
Emmanuele

***
” La fisica quantistica (o fisica dei quanti) ha rivoluzionato la nostra visione della realtà, anche se forse non tutti se ne rendono ancora conto. Il principio di indeterminazione (di Heisenberg), l’idea che l’osservazione alteri le caratteristiche stesse dell’oggetto osservato, le dimensioni della realtà estese prima da Einstein a quattro, poi addirittura a undici, ci portano già a considerare del tutto possibili temi da fantascienza come il teletrasporto o i viaggi nel Tempo.

Ancora più recentemente è stato dimostrato un altro fenomeno sconcertante, quello dell’entanglement.  Due particelle, ad esmpio due fotoni, vengono sdoppiati in due gemelli identici con le stesse caratteristiche. Ebbene, questi restano “legati” in coppia tra loro per sempre in maniera ancora incomprensibile. Se si modificano le caratteristiche di uno, cambierà istantaneamente anche l’altro, indipendentemente dalla distanza e senza alcun trasporto fisico dell’informazione, a dimostrazione di quanto ancora poco sappiamo dei “campi” che legano gli oggetti della realtà visibile.

Se la mente interagisce con l’esterno, lo fa nello spazio ma anche nel tempo. Nel campo morfogenetico, per esempio, c’è la memoria collettiva della specie, tutto il nostro passato. Esiste un campo che è quello familiare, quello sociale, del proprio gruppo di appartenenza. Ci sono molte conferme che si può entrare in risonanza con questi “campi”, in maniera cosciente  o meno. E non è detto che non si arrivi a condizionarlo, almeno in parte.

Talvolta ci confondiamo sul significato dei temini campo e anima. Lo stesso R. Sheldrake dice che “campo” non è forse un termine adeguato.
I primi a occuparsi di questi campi sono stati i filosofi tedeschi all’inizio del secolo scorso, formulando le osservazioni sui “capi di coscienza”. Li chiamavano “anima”, parlando di un’anima superiore, anche di un’anima mondiale. Ma il termine “anima” non trova posto nella scienza, per questo hanno preferito chiamarla “campo”.

In ogni caso abbiamo potuto osservare che un campo di coscienza segue determinate leggi e ordini, che è in movimento e che attraverso di esso vuole raggiungere qualcosa. Tuttavia ci riesce solo chi acquista consapevolezza. Un “campo” non può avere consapevolezza, quindi in questo caso è più appropriato il termine “anima“. Per questo parliamo spesso di Grande Anima.

Attorno a noi c’è un “campo” fisico: la nostra anima è estesa e noi siamo in risonanza nello spazio e nel tempo con tutto ciò che è stato.
Se c’è un disturbo, questo si riflette nel nostro presente. Ma per la stessa via possiamo anche guarire, “rimettere le cose a posto”.
Molti problemi hanno a fare con la morte. Se c’è qualcosa di non risolto. questo agisce su di noi come un disturbo, è in grado di passare da una generazione all’altra. Si resta “irretiti”, attaccati al passato invece di andare verso il futuro.

Siamo connessi con i morti nella maniera giusta quando ricordiamo i nostri cari con nostalgia, a volte con amore, quando ne portiamo il lutto.
Ma dobbiamo imparare anche a staccarci, lasciare noi e loro liberi nei nostri mondi diversi.
Dobbiamo imparare a dir loro “grazie“, comunque.

Invece molti conservano rabbia o muovono rimprovei nei loro confronti. In questo modo i vivi restano attaccati ai morti e questo è un male.
Dobbiamo essere capaci di accettare.
Qualsiasi cosa sia successo, se lo accettiamo, questo diventa una forza attiva, positiva. Altre volte possiamo sentirci in colpa per aver fatto dei torti alle persone scomparse, e in questo caso sono loro ad avere pretese. Naturalmente questa è solo un’immagine. Ma possiamo comunque dir loro “grazie” o “mi dispiace“, oppure fare qualcosa di buono per i loro figli, e staccarci definitivamente.

A volte l’atteggiamento di fronte a un senso di colpa è quello di voler “espiare“, che viene molto dalla tradizione cristiana. Espiare significa in questo caso farsi un danno; è una scelta egoistica e comunque non serve.
Quello che ci occorre è la capacità di accettare anche la colpa, per trovare energie, riconciliarci e lasciare in pace, con rispetto, i nostri defunti.
Come dice bene Christian Morgenstern: “La colpa è la madre della profondità. Gli innocenti non hanno profondità“.
(Tratto dal libro “Conoscere le Costellazioni Familiari” di Bert Hellinger, allegato al dvd omonimo.)


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