“Finché cerchi l’amore con occhi egoisti…” -

6 febbraio 2011

“Finché cerchi l’amore con occhi egoisti
il cruccio del rimpianto ti aspetterà”

(Hakim Sanai - Il giardino cintato della verità)

Siamo stati abituati a pensare all’amore come a qualcosa che si deve soprattutto ricevere e quindi possedere, in certi casi anche pretendere!
Così ci ostiniamo a chiamare “amore” una pulsione che nasce dal bisogno egocentrico di auto-affermazione e di “verifica” del nostro potenziale.

In questo gioco, l’Altro, l’oggetto del desiderio, perde i suoi tratti essenziali, che diventano irriconoscibili, mentre gli attribuiamo connotazioni che appartengono solo ai nostri bisogni; in altre parole, l’Altro da noi, diventa uno strumento, un oggetto: lo specchio dei desideri insoddisfatti.

Amare in modo cosciente,  disinteressato, potrebbe essere una soluzione, ma quanto è realmente possibile in una relazione di coppia? E ne siamo capaci? E poi, in fondo, la relazione di coppia, il desiderio di essa, nasce anche dal bisogno assolutamente naturale di dare e ricevere… quindi, ci diciamo, è cosa buona e giusta!

Spesso mi sono sentito dire, ed io stesso ho constatato, che l’amore disinteressato (in cui l’interesse dell’Altro è messo al primo posto) non ha prodotto il risultato sperato: un ritorno d’amore.
Dove sta l’inghippo?

Intanto sarebbe opportuno osservarci in profondità, oltre la maschera ipocrita del buonismo, e magari scoprire che quell’amore disinteressato poi tanto disinteressato non era…
Una certa parte di noi stessi covava il naturale ed ovvio desiderio di essere contraccambiata.

Dato che nulla si può realmente dare senza altrettanto opportunamente ricevere, come in un perfetto equilibrio dinamico,  ciò che forse occorre fare è cambiare totalmente il punto di vista, anzi in questo caso direi più esattamente: cambiare la visione, la nostra proiezione.

Infatti, dato che ciò che vedo nello “specchio” dell’Altro sarà in ogni caso l’immagine di me stesso… così pure sia; ma con un’altra “modalità”, addirittura più accentuata!
Provo a spiegarmi meglio…

Se nell’Altro, nel Partner, nell’Oggetto del desiderio, cerco di vedere non già le mie proiezioni fantasmagoriche ma essenzialmente il mio Sé in altra forma apparente… un altro me stesso, quel me stesso che ha bisogni e desideri affini e anche dissimili, quel me stesso che voglio conoscere a fondo, per nutrirlo e nutrirmene… ecco che allora il miracolo dell’Amore sgorgherà immediatamente in me; il ritorno agognato sarà immediato e pervaderà tutto il mio essere colmandolo di gioia.
Così  scopriamo che l’Amore per l’Altro è Amore per Sé; l’egoismo distruttivo si è trasformato
in compassione; in noi stessi troviamo nuova energia, inesauribile, che possiamo donare in un ciclo virtuoso auto-rigenerante.

Comprendiamo allora come, in questo stato sublime di gratificazione e di unità, in questo amore adulto, ogni pretesa all’esterno, ogni richiesta ulteriore sia superflua e “…tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù“.

Questa può anche essere una spiegazione di come funziona la Legge di Attrazione in amore e nelle relazioni.

Sono assai benvenuti i tuoi commenti costruttivi a questa meditazione sull’amore cosciente.


Crescere nel Rapporto di Coppia -

10 dicembre 2010

Recentemente ho conosciuto una coppia di amanti, che mi hanno detto:

Ci amiamo perché uno compensa le mancanze dell’altro. Le nostre diversità si combinano perfettamente.”
E’ assai difficile che due persone totalmente diverse tra loro, possano rimanere per lungo tempo insieme. Solo un amore cosciente, adulto, “cristico”, frutto di un lungo lavoro psicologico e spirituale, può “amare i propri nemici” riuscendo a fondersi col suo opposto.

L’amore “umano”, ovvero ciò che ordinariamente è definito “amore”, si basa invece sulla legge della simpatia: possiamo amare solo ciò che riconosciamo (percepiamo) come nostro. Due amanti si somigliano sempre. Queste somiglianze a volte, non sono immediatamente riconoscibili. Un’accanita risparmiatrice, ad esempio, potrebbe essere accompagnata da uno scialacquatore, o viceversa: li accomunerebbe un rapporto ossessivo con il denaro.

Tra un uomo violento ed una donna passiva, masochista, che subisce le sue angherie, non c’è molta differenza: entrambi sono posseduti da una rabbia irrisolta; coattiva ed esplosiva nel primo caso, coattiva ed implosiva nel secondo.
Per trovare similitudini tra due amanti, non dobbiamo fermarci all’ingannevole apparenza.

D’altra parte l’innamoramento stesso cos’è se non il rispecchiarsi nell’altro? Più forte è l’impressione che il partner richiami elementi del nostro vissuto, più rapido sarà l’instaurarsi di quel clima di fiducia che prelude il coinvolgimento affettivo.

Di rado però, i rapporti affettivi conducono ad una dimensione psicologicamente indipendente. Nella maggioranza dei casi si opera una semplice sostituzione: i conflitti non risolti nella famiglia d’origine, sono camuffati e trasferiti nel nuovo nucleo familiare.
Quante volte, infatti, le storie amorose diventano alibi per non confrontarsi con il proprio vissuto individuale? Quante volte diventano scialuppe di salvataggio che conservano ulteriormente le dinamiche irrisolte ed ignorate del passato?

Nella maggioranza dei casi, i nostri rapporti affettivi, altro non sono che riproduzioni delle nostre carenze affettive infantili. In tal modo il partner diventa il sostituto di quel genitore che ci ha “protetto” fino ad allora, o quel padre, o quella madre, che avremmo sempre voluto avere.

La principale differenza tra un rapporto affettivo maturo e uno infantile, è data dalla presenza di una dimensione di crescita dei singoli partner: grazie alla vita di coppia i partner possono costruire nuove forme di contatto con il proprio vissuto individuale. Ma non è semplice acquisire la necessaria autonomia da queste dinamiche ed accedere alla maturità affettiva. A volte infatti fraintendiamo l’autonomia con il rifiuto e la fuga provenienti dalla rabbia, dalla paura e dal senso di colpa. Nella maggioranza dei casi fuga ed indipendenza non sono la medesima cosa.

Le parti assunte nel teatro psicologico familiare, sono difficili da individuare, perché il bambino si trova a rivestirle involontariamente, sin dalla primissima infanzia. Per esempio: una madre possessiva, insoddisfatta del compagno, potrebbe investire il figlio di una grande responsabilità; da lui infatti dipenderebbero la sua serenità, il suo sentirsi amata o rifiutata.

Questi “ruoli” vengono assegnati dal genitore per via inconscia, ed il bambino vi partecipa senza troppe storie, ottenendo così le attenzioni, le carezze, l’affetto che gli sono necessari per crescere.

Un vissuto infantile di questo genere, produce sempre delle conseguenze nella vita adulta. L’amore verrà recepito come un’arma di ricatto, e fonte di sensi di colpa; ci si scoprirà incapaci di assumersi la responsabilità di amare in modo cosciente, assumendoci invece responsabilità che non ci competono, ma che erano di un nostro genitore.

Un Amore cosciente, non chiede al partner di essere un genitore, non produce gabbie, non assegna ruoli precostituiti, non può essere “istituzionalizzato”. L’Amore cosciente aiuta la coppia a crescere individualmente; è il miracolo dell’antitesi che si fonde e si combina. I due partner, pur essendo animicamente una sola cosa, crescono separatamente come nessun percorso individuale potrebbe realizzare.

Quando i due amanti escono dal bisogno infantile di trovare nel partner un genitore, vivono insieme non per colpevolizzarsi o rivendicarsi, ma per essere gratuitamente al servizio dell’altro, con ascolto, accettazione, lealtà.
Per questo in una coppia è sufficiente che sia uno dei due a crescere; l’altro andrà immediatamente a beneficiarne.

 (Estratto da un articolo di studio del Febbraio 2006 – La Quarta Via – Edizioni La Teca)


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